Come perdere l’impulso di criticare gli altri

Oggi ho deciso di aprire una nuova rubrica, che tratta argomenti differenti rispetto a quelli proposti su questa piattaforma. Argomenti apparentemente staccati, ma inesorabilmente legati tra loro.

L’argomento scelto ad apertura di questa nuova rubrica è “Come perdere l’impulso di criticare gli altri”, e per farlo utilizzerò una lettera che è stata scritta a cuore aperto e che vi farà cambiare la prospettiva con cui vedete le cose.

Questa lettera è divenuto ormai un classico del giornalismo americano. E’ stata riproposta come editoriale in tutti i giornali e le riviste più importanti e con una costanza negli anni mai vista prima. Il titolo di questa lettera è “Father Forgets” e l’autore è W. Livingstone Larned.

Ecco a voi il brano tradotto in italiano:

“Ascolta, figlio: ti dico questo mentre stai dormendo con la manina sotto la guancia e i capelli biondi appiccicati alla fronte. Mi sono introdotto nella tua camera da solo: pochi minuti fa, quando mi sono seduto a leggere in biblioteca, un’ondata di rimorso mi si è abbattuta addosso, e pieno di senso di colpa mi avvicino al tuo letto.

E stavo pensando a queste cose: ti ho messo in croce, ti ho rimproverato mentre ti vestivi per andare a scuola perché invece di lavarti ti eri solo passato un asciugamani sulla faccia, perché non ti sei pulito le scarpe. Ti ho rimproverato aspramente quando hai buttato la roba sul pavimento.

A colazione, anche lì ti ho trovato un difetto: hai fatto cadere cose sulla tovaglia, hai ingurgitato cibo come un affamato, hai messo i gomiti sul tavolo. Hai spalmato troppo burro sul pane e, quando hai cominciato a giocare e io sono uscito per andare a prendere il treno, ti sei girato, hai fatto ciao con la manina e hai gridato: “Ciao, papino!” e io ho aggrottato le sopracciglia e ho risposto: “Su dritto con la schiena!”

E tutto è ricominciato da capo nel tardo pomeriggio, perché quando sono arrivato eri in ginocchio sul pavimento a giocare alle biglie e si vedevano le calze bucate. Ti ho umiliato davanti ai tuoi amici, spedendoti a casa davanti a me. Le calze costano, e se le dovessi comprare tu, le tratteresti con più cura.

Ti ricordi più tardi quando sei entrato timidamente nel salotto dove leggevo, con uno sguardo che parlava dell’offesa subita? Quando ho alzato gli occhi dal giornale, impaziente per l’interruzione, sei rimasto esitante sulla porta. “Che vuoi?” ti ho aggredito brusco. Tu non hai detto niente, sei corso verso di me e mi hai buttato le braccia al collo e mi hai baciato e le tue braccine mi hanno stretto con l’affetto che Dio ti ha messo nel cuore e che, anche se non raccolto, non appassisce mai. Poi te ne sei andato sgambettando giù dalle scale.

Beh, figlio, è stato subito dopo che mi è scivolato di mano il giornale e mi ha preso un’angoscia terribile. Cosa mi sta succedendo? Mi sto abituando a trovare colpe, a sgridare; è questa la ricompensa per il fatto che sei un bambino, non ancora adulto? Non che non ti volessi bene, beninteso: solo che mi aspettavo troppo dai tuoi pochi anni e insistevo stupidamente a misurarti col metro della mia età.

E c’era tanto di buono, di nobile, di vero nel tuo carattere! Il tuo piccolo cuore così grande come l’alba sulle colline. Lo dimostrava il generoso impulso di correre a darmi il bacio della buonanotte. Nient’altro per stanotte, figliolo. Solo che sono venuto qui vicino al tuo letto e mi sono inginocchiato, pieno di vergogna.

E’ una misera riparazione, lo so che non capiresti queste cose se te le dicessi quando sei sveglio. Ma domani sarò per te un vero papà. Ti sarò compagno, starò male quando tu starai male, riderò quando tu riderai, mi morderò la lingua quando mi saliranno alle labbra parole impazienti. Continuerò a ripetermi, come una formula di rito: “E’ ancora un bambino, un ragazzino!”.

Ho proprio paura di averti trattato sempre come un uomo.

E invece come ti vedo adesso, figlio, tutto appallottolato nel tuo lettino, mi fa capire che sei ancora un bambino. Ieri eri dalla tua mamma, con la testa sulla sua spalla. Ti ho sempre chiesto troppo, troppo.”

Invece di condannare l’operato della gente, cercate piuttosto di capirla. Cercate di immaginare perché la gente fa quel che fa. E’ molto più utile e interessante che criticare, senza contare che genera simpatia, tolleranza e gentilezza.


Chi tutto sa, tutto perdona”

Non criticate, non condannate, non recriminate.


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